Qui si parla di nuvole dalle quali cadi all’improvviso. Orario di atterraggio non pervenuto, ma di colpo sai esattamente dove stai appoggiando i piedi. Come se sotto ci fosse solo il duro del cemento e intorno una pioggerellina come quella della Los Angeles futuribile e multietnica di Blade Runner, per cui l’unica soluzione è camminare, intorpiditi e in-coscienti. L’artigiano ti vende a caro prezzo un occhio nuovo per decifrare la realtà. Una realtà che produciamo vivendo e che anche volendola ingrandire a 1000 x in ogni particolare, resta uguale e a sè stessa. Migliaia di scatti fotografici e niente. Non un indizio, uno spunto per l’immaginazione, nessuna chiave di lettura. Sul sandwich incolore, inodore e insapore cade una goccia di una sostanza liquida e calda, segno che almeno un emisfero del tuo cervello non riporta un numero di matricola. Ergo sum. Ecco la frontiera. Quella zona indefinita e ruvida al tatto come una cicatrice è l’accumulazione di tipologie di linguaggi che ci ostiniamo a voler decriptare da veri anatomo-patologi dell’espressività, quella istintiva ed assassina, sempre sotto vuoto spinto, dilemma perimetrale non geo-grafico, che ci appare come specchio sempre concavo e/o convesso, capace di moltiplicare immagini a dismisura, quella per dirla tutta, che vorresti uccidere, per poi fermarti ad osservarne il cadavere, fra sdegno e fierezza. E poi semplicemente tornare ad annusare quella scaglia di pelle rimasta tra le dita.
Archivio per Agosto 2005
