Archivio per Dicembre 2005

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SMS

Dicembre 16, 2005

“Ti ho guardato e per il momento non esistono due occhi come i tuoi
cosi’ neri, cosi’ soli, che se mi guardi ancora e non li muovi,  diventano belli anche i miei”

A farmi compagnia da vent’anni questi tuoi occhi assoluti e sinceri. A scaldarmi le mani da vent’anni l’inquietudine leggera di un tremito che non sfugge tra le dita delle nostre mani intrecciate. A risuonarmi nelle orecchie da vent’anni il rumore dei nostri passi leggeri e incerti, senz’altra meta che un vuoto di senso. A stupirmi, da vent’anni, quell’alterna chiave con la quale ci apriamo l’anima e il cuore. Ti sono venuta a cercare nei tuoi abissi di solitudine e paura, ti ho rincorso sotto la pioggia tra i fari delle macchine nella notte e abbiamo corso insieme verso rive sconfinate, per non farci raggiungere dalla marea che saliva, come quella sera a Le Mont-Saint-Michael.  Ci siamo tenuti stretti nella saggezza di certe notti folli passate nei cinema d’essay e di certi giorni inconcludenti, passati in un letto a parlare, mangiare, fare l’amore, e poi ridere e piangere e perdersi negli occhi in attimi infiniti, nel rosso di tramonti infuocati e nel cristallo di albe ghiacciate. Mi hai cullato in ginocchio sul pavimento della cucina la sera in cui è morto mio padre e sono rimasta con te nel vento dopo che tutti se ne erano andati il giorno del funerale della persona alla quale devi la tua intelligenza. Hai pianto davanti alle foto del mio matrimonio e hai tenuto stretti i miei figli, e il nome che porta uno di loro l’avevamo scelto insieme in una notte d’incertezze. Hai dedicato a me la tua laurea e hai voluto solo la mia mano nella tua  per passeggiare tra le vie di Parma quella mattina prima di discuterla. Mi hai detto dopo anni di quella notte passata a guidare con le lacrime che ti rigavano il volto quando ti ho detto che aspettavo un bambino. Era tra le mie braccia che tremavi quando mi hai detto di lui, di quel mondo e di quella parte di te che avevi voluto esplorare, fino a stracciarti dentro ed era te che cercavo a tentoni, cercando di raggiungerti,  tra le carezze di lei, stracciandomi dentro. E’ il nome con il quale mi chiami tu che mi saluta sul display ogni volta che accendo il cellulare ed è me che hai cercato con gli occhi mentre brindavi ai tuoi quarant’anni, nostro era il silenzio mentre ti venivo incontro per cadere nelle tue braccia e in un tuo bacio dolcissimo. Erano le tue braccia che mi stringevano in un giorno di pioggia nel quale non riuscivo più a smettere di piangere tra le macerie di una scelta sbagliata senza più forze, spaventata, debole e con la voglia di scomparire. C’eri tu con me a trascinarmi dai medici quando stavo male e c’ero io a suonare alla tua porta quando mi sei venuto ad aprire con la barba di due giorni, lo sguardo a brandelli  e il vuoto dentro.  C’erano i tuoi occhi a sondare muti la profondità del mio dolore dopo ogni abbandono, il tuo silenzio quando ti ho raccontato di un bambino che non sarebbe nato, e c’erano le mie parole a raccontarti quello che tu invece non mi dicevi, a riscaldare le tue emozioni congelate, mentre incredulo ti chiedevi come sapessi quello che avevi scritto in un posto invisibile agli occhi. Era la tua mano che aveva scritto “Sii tu il mio limite” sul biglietto d’auguri per i miei quarant’anni, nascosto dentro un mazzo di tulipani, e la tua calligrafia, su un biglietto di tanti anni fa, che avevi sapientemente nascosto tra i ritagli del tempo, sapendo che il tempo avrebbe conservato con cura quelle tue parole, ancora così vere: “E’ scesa ormai la sera, e sul mio viso leggerai quello che il tempo ha scritto un giorno lontano, ed io ti sorriderò…”.

Era la tua dolcezza di sempre nella voce l’altra sera al telefono quando mi hai detto “un bacio” .

Dopo e dentro tutto questo, e ancora di più, molto di più, lo sai che mi sconcerti quando non rispondi neanche ai miei sms. Ma forse la mia domanda era troppo impegnativa…in effetti ti  ho chiesto come stai.

                    Tua aff.ma Lady Oscar

 

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Demian – Herman Hesse

Dicembre 12, 2005

"Per gli uomini non esiste nessunissimo dovere, tranne uno: cercare se stessi, consolidarsi in sè, procedere a tentativi per la propria via ovunque essa conduca.
Ciò mi scosse profondamente e questo fu il risultato di queste esperienze: molte volte avevo fantasticato sul mio futuro, avevo sognato ruoli che mi potevano essere destinati, poeta o profeta o pittore o qualcosa di simile. Niente di tutto ciò. Nè io ero qui per fare il poeta, per predicare o dipingere, non ero qui per questo. Tutto ciò è secondario.
La vera vocazione di ognuno è una sola, quella di conoscere se stessi.
Uno può finire poeta o pazzo, profeta o delinquente, non è affar suo, e in fin dei conti è indifferente.
Il problema è realizzare il suo proprio destino, non un destino qualunque, e viverlo tutto fino in fondo dentro di sè.
Tutto il resto significa soffermarsi, è una mezza misura, è un tentativo di fuga, è il ritorno all’ideale di massa, è adattamento e angoscia di fronte a se stesso.
Terribile e sacra sorse davanti a me la nuova immagine mille volte intuita, forse già espressa, eppure soltanto ora vissuta.
Io ero un parto della natura lanciato verso l’ignoto, forse verso qualcosa di nuovo o forse anche verso il nulla.
Lasciare che si sviluppasse dal profondo, obbedire al mio destino e far mia la sua volontà, questo era il mio compito. Nient’altro.
Avevo già assaporato molta solitudine. Ora ebbi l’impressione che ne esistesse una più profonda e forse inconfutabile."

E’ un libro che avevo letto a quindici anni. Ho ripescato in questi giorni questo passo. Strano ritrovare dopo tutti questi anni la stessa verità in queste parole, con qualcosa in più che rimane sul palato, un retrogusto sottile che assomiglia alla consapevolezza. E un abito di seta che scivola sul corpo, di un tessuto diverso dalla stoffa delle illusioni, silenziosamente accarezza le mille traiettorie tracciate sulla mia pelle. Silenziosamente, per dare tempo e spazio al capire.