Archivio per Febbraio 2006

h1

PASSANDO PER L’ACCETTAZIONE

Febbraio 24, 2006

Varcare quell’ingresso è entrare in un mondo che non vorresti vedere mai.

Al bar Tristesse servono schegge di vetro senza cucchiaino, anche mescolando per ore quel cappuccino non diventerà dolce. Le brioches non toccarle, ti esplodono dentro come molotov, nello spazio di un secondo in cui hai lasciato correre gli occhi intorno a te. Al bar Tristesse  bambini che non sono più bambini non hanno nemmeno la forza di fare i capricci per le caramelle e madri che non ho il coraggio di guardare lasciano scivolare nello stomaco caffè al vetriolo, lentamente, per farlo durare almeno fino a domani. Al bar Tristesse si passa per l’accettazione. Occhi che sfuggono i tuoi per non sentire la storia che non vogliono raccontare mi dicono indifferenti “tocca a lei”, come fossero parole normali, sanno che i panini qui sanno di anestetico. Mi danno un numero, da quella porta in poi io sarò solo quel numero. Dei pallini sul pavimento mi indicano la strada seguire. Il cartello “uscita” indica un’altra direzione, ma io so che devo seguire i pallini, e lo devo fare da sola. Una donna che piange appoggiata ad una parete alza gli occhi per un attimo, la oltrepasso, i pallini mi conducono sempre più giù nel seminterrato e poi si interrompono di colpo. Si spogli e lasci i suoi vestiti e la sua anima su quello sgabello, prego. Può portare dentro solo i ricordi. Alzi il braccio, si giri su un fianco, va bene così. Silenzio, e il monitor parla una lingua che non capisco. La sonda che scorre gelida sulla pelle, quel silenzio assordante e altri occhi che non guardano i miei. Aspetti fuori. Minuti come gel che appiccica ancora la pelle e i pensieri. Sento di nuovo il numero, sono io. Un’altra stanzetta, un altro sgabello, una porta dietro la quale aspettare il mio turno. Una piastra mi schiaccia, senza che abbia neppure il tempo di pensare. Aspetti. Ancora odore di anestetico. E’ nell’anima, nel cervello, dappertutto. Le mie foto col numero sono già appese, mi guardano in controluce senza leggermi dentro. Silenzio, di nuovo. “Può andare”, quasi non lo sento, i pallini da seguire sono di un altro colore, mi muovo come un robot, sembra semplice, e ritorno lentamente alla superficie.  “Vedrai che quando ti dicono – può andare – ed esci di lì, ti senti felice di essere fortunata” mi hanno detto stamattina. Io mi sento solo male. Il bar Tristesse mi è rimasto negli occhi, il fuoco del dolore brucia in profondità scavando grotte di ghiaccio, sono all’aperto ormai ma non riesco quasi a respirare. Accendo l’autoradio e subito la spengo, infastidita. Ho bisogno ancora di quel silenzio.

Mi accosto per parcheggiare, la retro inserita, e un altro si è già infilato. Scendo, non ho voglia di parlare. Mi guarda, lui mi guarda. E mi parla, lui mi parla, articola qualche suono. Riesco a sentire parole come “pazienza”, “non è la fine del mondo” “non me ne importa niente”. Il dolore e la rabbia tendono muscoli e nervi, il calcio parte con determinazione, il mio stivale con la forza di una bomba sul suo stinco. Prenditi un po’ di questo dolore, pezzo di m****.  Mi afferra per una spalla, colpiscimi str***, ma lui mi urla solo “ma sei pazza?”. No, non lo sono abbastanza da fartelo ripetere raccogliendo i denti per terra, perché non senti niente,  non senti tutto questo dolore e non senti i miei occhi asciutti come pugni nello stomaco, mentre me ne vado, in silenzio.

A MGrace, e alla nostra voglia di urlare nel silenzio.

h1

IMPRONTE – Una pericolosa tenerezza di fondo

Febbraio 21, 2006

Mi ha chiesto di poter immaginare, guardava i colori che gli raccontavo

Due occhi dietro un obiettivo, a cercare sfrontati il sotto dei vestiti

Sguardo felpato insinuato sotto la pelle, sotto gli occhi, sotto i pensieri  

La sua inquadratura decisa posata sopra uno spazio indifeso

Lo zoom a metà strada esatta fra una domanda e un perché

Ed è pensiero che è già dentro senza essere mai stato addosso

Sottile come un’inquietudine, delicato e profondo come un silenzio

Eppure una prima volta c’è sempre, anche per uno come lui

Il primo filo di luce con il quale mi ha attraversato piano

La sua prima impronta al di qua della frontiera delle parole…..

 

Stamattina in metropolitana corpi pesanti addosso mi schiacciavano pensieri e respiri.

Incolori, non lasciavano impronte.

h1

ANTIBIOTICI

Febbraio 10, 2006

Ai batteri che mi hanno fatto passare un mese da schifo e ad altri soggetti che nel corso della vita si sono comportati allo stesso modo, più o meno in buonafede. Perché a volte c’è una delicatezza commovente nelle cicatrici sulla pelle e la dolcezza invece si annida senza nemmeno sapere che le riesce così bene.

 Io vi ucciderei. Un colpo dritto in mezzo agli occhi. Siete solo bastardi che mi credete poco presente, e così vi ucciderei.  Senza pietà.

 E a chi invece capisce, ha capito o capirà cosa vuol dire entrare in un’altra persona

 

 

DEMON: Sto svanendo.
DAMIAN: Hai paura?
DEMON: Tienimi così.
DAMIAN: Così?
DEMON: Tienimi così.
DAMIAN: Fino al tuo risveglio piccola.
DEMON: Sto svanendo.
DAMIAN: Ti terrò dentro vedrai.
DEMON: Sì, dentro fammi stare dentro.
DAMIAN: Ti racconterò favole.
DEMON: Favole.
DAMIAN: Favole per sempre.
DEMON: Sto svanendo.
DAMIAN: Sei dentro piccola, per sempre dentro.

 

* I testi in corsivo sono tratti dal libro” Luminal” di Isabella Santacroce

h1

A CHI SA CAMMINARE SUI TETTI DI NOTTE

Febbraio 9, 2006

Verremo perdonati, te lo dico io,
da un bacio sulla bocca,

un giorno o l’altro.

(Ivano Fossati)

h1

UNA SERATA

Febbraio 6, 2006

E’ una notte strana che non mi ascolta e non mi ama.

Lui apre la porta senza rose tra i denti, su orizzonti

che io non sfioro mai.  Mi accoglie con un sorriso.

Sono quella che vedi, e nient’altro di più.

Lui mi guarda, già mi conosce, dice, strana la vita,

se vuoi puoi inventarmi come meglio credi tu.

Senza monotonie, mi accoglie una pizza calda.

Io per stasera non cerco romantici effetti.

Ma sarà quel mezzo angolo di cielo alle pareti,

sarà forse la fonduta di cioccolata o il verde

di un maglioncino a illuminare la dolcezza di occhi

con davanti tutta una vita da guardare, sarà la musica

o i quarantacinque giri di vinile, e mi sento a casa.

E’ una notte strana, lupo solitario, vedo dove sei…

Come sfondo può andar bene  la città, tra i ricordi

e un’idea, stasera ci inventiamo noi il soggetto.

Lei arriccia il naso e stende quel suo braccio perfetto.

Signori, a gentile richiesta potrei cantarvi l’amore,

Fingerei distacco e passione toccandovi la punta del cuore.

Lei offre sogni come aperitivi, lui appoggia al tavolino

palline salate e pezzettini di grana, e io….. io,  stanotte,

resto con il cuore tra le dita, bailando con la vita.

Poi un flash di luce bianca come neve, chi crede nelle favole

dice che sembrava un’astronave. Stretti in un sorriso,

non cercateci in una foto, non servirà.

Il sipario sul teleschermo è ormai chiuso.

Dietro l’angolo della follia, verso la luna, noi saremo là

Quelli che scavano il sole cercando un’ombra migliore.

 

* Tutte le parole in corsivo sono di Anna Oxa.