Varcare quell’ingresso è entrare in un mondo che non vorresti vedere mai.
Al bar Tristesse servono schegge di vetro senza cucchiaino, anche mescolando per ore quel cappuccino non diventerà dolce. Le brioches non toccarle, ti esplodono dentro come molotov, nello spazio di un secondo in cui hai lasciato correre gli occhi intorno a te. Al bar Tristesse bambini che non sono più bambini non hanno nemmeno la forza di fare i capricci per le caramelle e madri che non ho il coraggio di guardare lasciano scivolare nello stomaco caffè al vetriolo, lentamente, per farlo durare almeno fino a domani. Al bar Tristesse si passa per l’accettazione. Occhi che sfuggono i tuoi per non sentire la storia che non vogliono raccontare mi dicono indifferenti “tocca a lei”, come fossero parole normali, sanno che i panini qui sanno di anestetico. Mi danno un numero, da quella porta in poi io sarò solo quel numero. Dei pallini sul pavimento mi indicano la strada seguire. Il cartello “uscita” indica un’altra direzione, ma io so che devo seguire i pallini, e lo devo fare da sola. Una donna che piange appoggiata ad una parete alza gli occhi per un attimo, la oltrepasso, i pallini mi conducono sempre più giù nel seminterrato e poi si interrompono di colpo. Si spogli e lasci i suoi vestiti e la sua anima su quello sgabello, prego. Può portare dentro solo i ricordi. Alzi il braccio, si giri su un fianco, va bene così. Silenzio, e il monitor parla una lingua che non capisco. La sonda che scorre gelida sulla pelle, quel silenzio assordante e altri occhi che non guardano i miei. Aspetti fuori. Minuti come gel che appiccica ancora la pelle e i pensieri. Sento di nuovo il numero, sono io. Un’altra stanzetta, un altro sgabello, una porta dietro la quale aspettare il mio turno. Una piastra mi schiaccia, senza che abbia neppure il tempo di pensare. Aspetti. Ancora odore di anestetico. E’ nell’anima, nel cervello, dappertutto. Le mie foto col numero sono già appese, mi guardano in controluce senza leggermi dentro. Silenzio, di nuovo. “Può andare”, quasi non lo sento, i pallini da seguire sono di un altro colore, mi muovo come un robot, sembra semplice, e ritorno lentamente alla superficie. “Vedrai che quando ti dicono – può andare – ed esci di lì, ti senti felice di essere fortunata” mi hanno detto stamattina. Io mi sento solo male. Il bar Tristesse mi è rimasto negli occhi, il fuoco del dolore brucia in profondità scavando grotte di ghiaccio, sono all’aperto ormai ma non riesco quasi a respirare. Accendo l’autoradio e subito la spengo, infastidita. Ho bisogno ancora di quel silenzio.
Mi accosto per parcheggiare, la retro inserita, e un altro si è già infilato. Scendo, non ho voglia di parlare. Mi guarda, lui mi guarda. E mi parla, lui mi parla, articola qualche suono. Riesco a sentire parole come “pazienza”, “non è la fine del mondo” “non me ne importa niente”. Il dolore e la rabbia tendono muscoli e nervi, il calcio parte con determinazione, il mio stivale con la forza di una bomba sul suo stinco. Prenditi un po’ di questo dolore, pezzo di m****. Mi afferra per una spalla, colpiscimi str***, ma lui mi urla solo “ma sei pazza?”. No, non lo sono abbastanza da fartelo ripetere raccogliendo i denti per terra, perché non senti niente, non senti tutto questo dolore e non senti i miei occhi asciutti come pugni nello stomaco, mentre me ne vado, in silenzio.
A MGrace, e alla nostra voglia di urlare nel silenzio.


