Ogni tanto le veniva da andarsene. Ogni tanto sì.
E invece restava, tra quegli scaffali dell’ufficio oggetti smarriti.
A volte, sdraiata, sembrava sognare, mentre millenni sfumavano veloci.
A volte, a qualcuno di passaggio sembrava addirittura bella, ma da lontano.
Avvicinandosi, l’immagine si sgranava e diventava un mosaico di punti.
A volte, qualcuno con gli occhi sul punto di domandare, credeva giocasse,
quando pericolosamente lei si dondolava così, in bilico tra angolazioni nette.
A volte qualcuno pensava che non avrebbe potuto incrociarne lo sguardo,
non avrebbe saputo come, non avrebbe saputo dove. A volte, solo a volte,
lei moriva per ore, a partire da uno sguardo assestato con cura, tra le note
di un vecchio sax.
La osservava quel giorno, con cura. Poi, come per intuito, improvvisamente si voltò.
Vide un foglio di carta che svolazzava nel vento, forse fuggito o forse solo sfrattato
dal cuore di qualcuno. Vide tre parole che sembravano pianto e le seguì fino al treno.
Entrò nello scompartimento, il portabagagli era pieno, lo spazio angusto, i visi assenti.
Salvezza forse, la scelta di quella valigia leggera. Pensò che una scelta, se non deruba
non è mai una scelta. Si sedette, guardò fuori dal finestrino, vide il riflesso luminoso
di una smagliatura, quasi fosse la sua pelle, quasi fosse il cielo, nascosto appena dietro.
Quasi lei fosse lì. Quasi.
“Epoca, degli abiti tuoi che prezzo mi fai, vendili.
Pattini, sul ghiaccio che ho, la tua civiltà, pattini.
Anima, agli attimi miei, che senso darai, dimmelo.
Anima, che cosa dirai, che cosa farai, dimmelo.
E pur amandoti saprei negarti tutto quel che sei.
Qui, tu sei con me, nel tempio vuoto e sordo,
se parliamo noi, diciamo niente, niente….”
(Paolo Conte – Epoca )


