Archivio per Marzo 2006

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ANIMA

Marzo 24, 2006

Ogni tanto le veniva da andarsene. Ogni tanto sì.

E invece restava, tra quegli scaffali dell’ufficio oggetti smarriti.

A volte, sdraiata, sembrava sognare, mentre millenni sfumavano veloci.

A volte, a qualcuno di passaggio sembrava addirittura bella, ma da lontano.

Avvicinandosi, l’immagine si sgranava e diventava un mosaico di punti.

A volte, qualcuno con gli occhi sul punto di domandare, credeva giocasse,

quando pericolosamente lei si dondolava così, in bilico tra angolazioni nette.

A volte qualcuno pensava  che non avrebbe potuto incrociarne lo sguardo,

non avrebbe saputo come, non avrebbe saputo dove.  A volte, solo a volte,

lei moriva per ore, a partire da uno sguardo assestato con cura, tra le note

di un vecchio sax.

 

La osservava quel giorno, con cura. Poi, come per intuito, improvvisamente si voltò.

Vide un foglio di carta che svolazzava nel vento, forse fuggito o forse solo sfrattato

dal cuore di qualcuno. Vide tre parole che sembravano pianto e le seguì fino al treno.

Entrò nello scompartimento, il portabagagli era pieno, lo spazio angusto, i visi assenti.

Salvezza forse, la scelta di quella valigia leggera. Pensò che una scelta, se non deruba

non è mai una scelta. Si sedette, guardò fuori dal finestrino, vide il riflesso luminoso

di una smagliatura, quasi fosse la sua pelle, quasi fosse il cielo, nascosto appena dietro.

Quasi  lei fosse lì. Quasi.   

 

 

“Epoca, degli abiti tuoi che prezzo mi fai, vendili.

Pattini, sul ghiaccio che ho, la tua civiltà, pattini.

Anima, agli attimi miei, che senso darai, dimmelo.

Anima, che cosa dirai, che cosa farai, dimmelo.

E pur amandoti saprei negarti tutto quel che sei.

Qui, tu sei con me, nel tempio vuoto e sordo,

se parliamo noi, diciamo niente, niente….”

(Paolo Conte – Epoca )

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Favole per sempre – Kitchen 2

Marzo 21, 2006

Aveva la forma di oggetti orientali

quell’accoglienza velata e speciale

Avevano l’eco del rumore del fiume

i nostri passi a ridosso degli occhi

Aveva il colore rosso dell’emozione

la linea di confine fluida sulla tela

Avevano il gusto di un paese lontano

il dolore e  l’amore  raccontati piano

Aveva l’autenticità di intarsi di legno

la trama  sottile dei  nostri  pensieri

Aveva il suono perfetto dell’armonia

quel silenzio intrecciato tra le parole

Avevano la fragranza del pane fresco

le risate variopinte e i passi di danza

Avevano il profumo di un calice di vino

quelle  sensazioni respirate sottovoce

Aveva la delicatezza di ali di farfalla

la confidenza che sbocciava discreta

Avevano il calore di un giorno di sole

le dita che leggere sfioravano il viso

Avevano  il  sapore  della  dolcezza

le  mie lacrime  mentre  andavo via

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Kitchen

Marzo 20, 2006

….Solo l’esatta combinazione degli ingredienti

garantisce la perfetta riuscita di un piatto……

 

Di quegli ingredienti, di quella cucina e di quei piatti oggi

ne avrei voluto parlare.

Ma un piatto è colore, è sapore, è profumo, è emozione.

E una ricetta viene bene solo se è preparata con amore.

Come si fa a descrivere una cosa così?

Come lo dico il mare che saliva dentro noi, e traboccava

tra una forchettata e l’altra?

Come lo dico a persone così che in quella cucina c’era il

sole e mi sembrava di poterci camminare dentro?

Come glielo dico di quella musica nell’aria, del profumo

del vino, delle braccia intorno al cuore, di parole come

matite, come glielo dico, che basterà allungare la mano

e io ci sarò, con la consistenza della seta?

Come glielo dico che oggi sono vestita di quegli occhi?

 

E soprattutto, oggi riuscirò a non farmi scappare le parole

di Gianna Nannini dentro a un piano di marketing?

 

                                                         ( – to be continued -)

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UNPLUGGED

Marzo 15, 2006

Quattro vuoti non più a rendere, ma soltanto per comodità.
Una superficie calpestabile che pare quasi un tavolo.
Inutile opporre resistenza.
Questo dolore, transiente ed urlato sottovoce, copre, per qualche istante, quello continuo e profondo.
Poche lacrime e poche ipotesi sulle cause.
Forse i postumi del male più nuovo, che lascia senza respiro, nasconde ogni cosa, ma si allontana velocemente.
Forse la sicurezza di un dolore finalmente normale ed ascrivibile.
Forse quei tre respiri a seguire, mentre l’anima sembrava essersi volatilizzata.
"Ad te suspiramus, gementes et flentes, in hac lacrimarum valle" cantata con la voce perfetta di Andreas Scholl.

Lui (www.avreivoluto.blogspot.com) quando parla di anima sa di cosa parla, anche se finge di no. 

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CORSO DI CINEMA

Marzo 10, 2006

La vita è a colori, ma il bianco e nero è più realistico.

(Wim Wenders – Lo stato delle cose)

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8 MARZO

Marzo 8, 2006

Jesus died for somebody’s sins. 

 But not mine.

 (Patty Smith)

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IN-OLTRE

Marzo 6, 2006

Incerta vago tra un punto e un a capo

triste esilio dalle mie parole migliori

passi stanchi in un incurante altrove

punti di sospensione ricordo pagano

nei miei occhi non sono che schegge

io che per parole non nomadi vivevo

io distratta mi lascio esaudire  ancora  

quasi fossi il più banale dei desideri

stelle alle spalle e il vuoto a perdere.

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Mr. Orgueil

Marzo 3, 2006

Di lui non ho ancora parlato. E’ un tipo di poche parole e schivo.

Non saprei nemmeno dire a che piano abita nel condominio. Penso stia sopra quell’elemento da circo del terzo piano, quel clown metropolitano, con tanto di lacrima dipinta sul viso e vestito di pelle a brandelli, quello che sul campanello, al posto del nome, ha un cuoricino con dentro un sorriso, quello che incontrai quel giorno, salendo le scale.  Stavo per ricambiare il suo sorriso, quando arrivò lui e senza nemmeno chiedere il permesso passò tra noi con quella sua aria incurante e decisa. Si fermò solo un attimo, guardò quello del terzo piano negli occhi e gli disse “Ho visto che le hanno di nuovo saccheggiato l’appartamento”. Ricordo che notai come non aggiunse nemmeno una parola di circostanza. Rimase fermo così, distaccato e risoluto ed ebbi l’impressione che in quel momento, se uno di noi avesse detto la cosa sbagliata, avrebbe potuto estrarre impassibile una pistola, farci saltare le cervella e portarsi via con noncuranza quella sua faccia da bastardo, indifferente e autentica.

Così rimasi immobile anch’io. Ci guardavamo come quando guardi a lungo un abisso e anche l’abisso ti guarda dentro, persi in una terra di mezzo tra approvazione e condanna, desertificata dal silenzio. Dev’essere stato lì che siamo diventati amici, o forse lo eravamo già da tanto, senza che ce lo fossimo mai detti.

A volte penso che dovrei lasciarlo in qualche discarica, sfregiato e massacrato da quegli stessi colpi che lui sa assestare così bene, con la sua stessa fredda determinazione, anche solo per la rabbia e la paura irrazionale che provo a volte pensando che potrebbe ucciderci tutti tranquillamente con quel suo coraggio spietato, che non conosce esitazioni. Ma lui è un amico e io penso troppo. E si sa, chi pensa un attimo in più non spara.

Ormai abbiamo imparato a guardarci negli occhi, quando ci incontriamo sulle scale, davanti al campanello col cuoricino di quello del terzo piano. Ormai, a volte, ci sorridiamo. E’ bella la sua faccia da bastardo quando sorride, è come se fosse l’altra faccia dell’amore. Ormai non avrò più il coraggio di farlo a pezzi sulle scale con una chiave inglese presa in prestito da una periferia qualunque, lui è un amico e io saprò avere cura di lui.