Archivio per Maggio 2006

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PARTICOLARI

Maggio 26, 2006

Non come sempre, stasera,

fatta di cielo e vento la sera.

Una primavera conseguente,

vento di qualche passo oltre

e poi di qualche sospiro dopo.

Si insinua un pò sotto la pelle

e scioglie dubbi come capelli.

Tu con le mani slacci il dolore

la ferita sottile di quel non dire

quello che però ti resta accanto

in questo tuo molteplice andare.

Ma cadono gocce di tenerezza,

da quel cielo oltre le tue spalle.

Anche fingendo di non sentire,

dentro un’intensità che indugia

tu a parole non tornare indietro

se ti lascio sulla soglia notturna

del non osare entrare nei sogni.

Non fosse che per questo vento

e la valigia senza spago attorno.

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Mani

Maggio 17, 2006

Mentre parlavi ho osservato le tue mani di scalatore,

mani capaci di esplorare con delicatezza ogni ipotesi

di tenere con forza un appiglio, la vita, i miei fianchi

mani che avvolgono e accolgono, mani di cui fidarsi.

 

Le mie mani amano muoversi sul velluto della tua pelle

navigando placide sulle onde del tuo corpo, delicatezza

e dolcezza, tocco giusto, equilibrato, sensi e forza.

 

Non e’ la perizia delle mani che suona la melodia, non e’

solo mia l’armonia del tocco. E’ la pelle, la tua, la mia.

Non c’e’ distinto ma istinto, sensazioni in simbiosi.

 

Le pelli si sfiorano, ed entrambe non sono più due ma

una sola, nuova cosa. Parlano.

Un dialogo muto ma intimo, caldo, da brivido…

 

Inarcando la schiena io ho buttato la testa all’indietro

ma le tue mani esperte non mi hanno lasciata cadere

con cautela, riportandomi indietro verso i tuoi occhi,

mi hanno raccontato la sincerità dentro un’emozione.

 

Le mie mani ti parlano di storie di pace, la tua pelle risponde,

in confidenza. Insieme scaldano, di un tepore che penetra.

 E tutto è liscio, si sente. E’ forte, non si dimentica.

 

Le mie mani. Non sanno violenza se non di passione

anche se vibrano forte, a tratti, le mie mani.

Suonano le corde del violoncello della tua schiena.

 

Premono, sfiorano, cercano e trovano la tua intimità,

con ansia, con passione ma pronte ad arrestarsi,

ad addolcirsi al primo segno di eccesso.

 

Hai posato piano le tue mani sui battiti del mio cuore

poi mi hai chiesto se avevo mai dormito in un rifugio

l’hai fatto sottovoce e io mi stavo già addormentando,

ora resta forte questo sentire tra le mie mani commosse.

 

Mani pazienti, ma anche impazienti di volare più in alto,

di salire, di non fermarsi. Ambiziose, volenterose,

di arrivare in cima.  Le mie mani sono per te.

 

Sali, fin dove nasce la poesia. Le mie mani sono per te.

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Non ti muovere

Maggio 9, 2006

Ci sono solo queste mie mani scorticate a vivo

per disseminare le ragioni che non bastano mai

per sbriciolare le attese troppo a lungo tradite

per aggrapparmi ancora ad un attimo radente

        

Ci sono solo queste mie manciate di anni smessi

per farne un falò nella notte e scaldarsi il cuore

per farmeli bastare se solo mi volto a guardarli

poca cosa da scollarmi di dosso, come i desideri

 

C’è solo questo mio sguardo silente e frastornato

per guardare la strada che inevitabilmente scorre

gli occhi troppo vuoti di cortesi cenni di riscontro

per provare ancora ad innestarsi in altri altrove

 

C’è solo questa mia pelle nuda di sangue e sogni

ma ancora viva abbastanza per sentire le tue dita

Ti prego, spalmami solo la pelle di olio profumato

Così che non possano restarci attaccate le stelle

 

Accosta piano gli occhi, avvicina solo le tue mani….

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Pulp Biancaneve

Maggio 4, 2006

Da bambina la sua inquietudine la rendeva così dolce. Accostava l’orecchio alle conchiglie per ascoltare il rumore del mare le annusava per sentirne il profumo.

 

Strano ripensarci ora, in mezzo a quella distesa di bottiglie di birra vuote a terra. In mano teneva ancora il collo spezzato dell’ultima Tuborg con il quale aveva sfracellato la teca di vetro che la teneva ancora prigioniera. Poteva far credere di aver dormito per anni lì dentro ma lei sapeva che in realtà si ingozzava di sogni formato mignon e poi li vomitava scagliandoli con forza verso quel cielo di cristallo che li lasciava infine ricadere  spezzati sulla sua pelle diafana. Era bella, quando sembrava sognare storie infinite, quando la sua pelle si increspava appena, le labbra dischiuse, un movimento di ciglia impercettibile. Immobile, come il vento quando non soffia più, o non ancora.

 

Strano ripensarci ora che stava ormai calando la sera e seduta in riva al fiume vedeva i suoi capelli scuri ondeggiare sull’acqua e la sua pelle bianca come la neve sciogliersi  dentro gli ultimi raggi di sole. Non provò tristezza. Ma neppure gioia. Neppure una soddisfazione minima per aver ficcato in gola alla strega la sua cazzo di mela. Quella bocca tesa in una smorfia e gli occhi strabuzzati le avevano fatto solo una leggera pena. Raccolse dal suo passato una bomboletta spray e riempì di parole e graffiti quel cavallo troppo bianco fino a farlo sembrare il muro imbrattato di scritte sguaiate di una fermata della metropolitana in periferia. Poi raccolse un pezzo dello specchio che aveva frantumato, ci appoggiò sopra un alito caldo di respiro e scrisse qualcosa con il dito. Un principe qualsiasi, incuriosito, si fermò a guardare quella scritta, pensò che fosse pazza, e in fondo nemmeno così bella, e se ne andò. Fosse stata sabbia, il mare avrebbe a poco a poco colmato il solco di quelle lettere, avrebbe colmato quel vuoto. Ma c’era solo quel fiume che scorreva lento e indifferente.

 

La scritta stava svanendo, quando il cacciatore raccolse il frammento di specchio. Inspirò piano, prima la F poi la O, quelle due TT una accanto all’altra, e poi assaggiò il sapore della I, accarezzò con le labbra un’altra piccola T e si sfiorò la pelle con quell’ultima I appuntita. Un brivido di piacere lo percorse dolcemente. Sorrise lanciando il pezzo di specchio verso il cielo. Ricadde nell’acqua, proprio sopra il corpo di lei abbandonato, che si allargò in cerchi concentrici, sempre più ampi, sempre più intensi….fili di zucchero il suo sguardo smarrito dentro l’odore della notte. Gli parve di sentire le sue parole in un sussurro di vento: “Strappami pure il cuore – gli diceva – ormai non mi farà più male di quell’…e vissero per sempre felici e contenti…..” Ebbe appena il tempo di alzare lo sguardo per vedere il magnifico purosangue nero lanciato al galoppo verso di lui, appena il tempo di stupirsi di un’amazzone vestita da Biancaneve, appena il tempo di strapparle un brandello di muscolo cardiaco per la sua raccolta punti.

 

Lei aprì gli occhi, sbattè la palpebre per essere sicura di essersi svegliata del tutto, per allontanare definitivamente l’incubo terrificante di un pezzo di carne rossa avvolto nella plastica esposto sul bancone di un supermercato, che a vederlo pareva dormire, o forse sognare.