"Per gli uomini non esiste nessunissimo dovere, tranne uno: cercare se stessi, consolidarsi in sè, procedere a tentativi per la propria via ovunque essa conduca.
Ciò mi scosse profondamente e questo fu il risultato di queste esperienze: molte volte avevo fantasticato sul mio futuro, avevo sognato ruoli che mi potevano essere destinati, poeta o profeta o pittore o qualcosa di simile. Niente di tutto ciò. Nè io ero qui per fare il poeta, per predicare o dipingere, non ero qui per questo. Tutto ciò è secondario.
La vera vocazione di ognuno è una sola, quella di conoscere se stessi.
Uno può finire poeta o pazzo, profeta o delinquente, non è affar suo, e in fin dei conti è indifferente.
Il problema è realizzare il suo proprio destino, non un destino qualunque, e viverlo tutto fino in fondo dentro di sè.
Tutto il resto significa soffermarsi, è una mezza misura, è un tentativo di fuga, è il ritorno all’ideale di massa, è adattamento e angoscia di fronte a se stesso.
Terribile e sacra sorse davanti a me la nuova immagine mille volte intuita, forse già espressa, eppure soltanto ora vissuta.
Io ero un parto della natura lanciato verso l’ignoto, forse verso qualcosa di nuovo o forse anche verso il nulla.
Lasciare che si sviluppasse dal profondo, obbedire al mio destino e far mia la sua volontà, questo era il mio compito. Nient’altro.
Avevo già assaporato molta solitudine. Ora ebbi l’impressione che ne esistesse una più profonda e forse inconfutabile."
E’ un libro che avevo letto a quindici anni. Ho ripescato in questi giorni questo passo. Strano ritrovare dopo tutti questi anni la stessa verità in queste parole, con qualcosa in più che rimane sul palato, un retrogusto sottile che assomiglia alla consapevolezza. E un abito di seta che scivola sul corpo, di un tessuto diverso dalla stoffa delle illusioni, silenziosamente accarezza le mille traiettorie tracciate sulla mia pelle. Silenziosamente, per dare tempo e spazio al capire.



