Archivio per la categoria ‘Le storie di Lady OScar’

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Pulp Biancaneve

Maggio 4, 2006

Da bambina la sua inquietudine la rendeva così dolce. Accostava l’orecchio alle conchiglie per ascoltare il rumore del mare le annusava per sentirne il profumo.

 

Strano ripensarci ora, in mezzo a quella distesa di bottiglie di birra vuote a terra. In mano teneva ancora il collo spezzato dell’ultima Tuborg con il quale aveva sfracellato la teca di vetro che la teneva ancora prigioniera. Poteva far credere di aver dormito per anni lì dentro ma lei sapeva che in realtà si ingozzava di sogni formato mignon e poi li vomitava scagliandoli con forza verso quel cielo di cristallo che li lasciava infine ricadere  spezzati sulla sua pelle diafana. Era bella, quando sembrava sognare storie infinite, quando la sua pelle si increspava appena, le labbra dischiuse, un movimento di ciglia impercettibile. Immobile, come il vento quando non soffia più, o non ancora.

 

Strano ripensarci ora che stava ormai calando la sera e seduta in riva al fiume vedeva i suoi capelli scuri ondeggiare sull’acqua e la sua pelle bianca come la neve sciogliersi  dentro gli ultimi raggi di sole. Non provò tristezza. Ma neppure gioia. Neppure una soddisfazione minima per aver ficcato in gola alla strega la sua cazzo di mela. Quella bocca tesa in una smorfia e gli occhi strabuzzati le avevano fatto solo una leggera pena. Raccolse dal suo passato una bomboletta spray e riempì di parole e graffiti quel cavallo troppo bianco fino a farlo sembrare il muro imbrattato di scritte sguaiate di una fermata della metropolitana in periferia. Poi raccolse un pezzo dello specchio che aveva frantumato, ci appoggiò sopra un alito caldo di respiro e scrisse qualcosa con il dito. Un principe qualsiasi, incuriosito, si fermò a guardare quella scritta, pensò che fosse pazza, e in fondo nemmeno così bella, e se ne andò. Fosse stata sabbia, il mare avrebbe a poco a poco colmato il solco di quelle lettere, avrebbe colmato quel vuoto. Ma c’era solo quel fiume che scorreva lento e indifferente.

 

La scritta stava svanendo, quando il cacciatore raccolse il frammento di specchio. Inspirò piano, prima la F poi la O, quelle due TT una accanto all’altra, e poi assaggiò il sapore della I, accarezzò con le labbra un’altra piccola T e si sfiorò la pelle con quell’ultima I appuntita. Un brivido di piacere lo percorse dolcemente. Sorrise lanciando il pezzo di specchio verso il cielo. Ricadde nell’acqua, proprio sopra il corpo di lei abbandonato, che si allargò in cerchi concentrici, sempre più ampi, sempre più intensi….fili di zucchero il suo sguardo smarrito dentro l’odore della notte. Gli parve di sentire le sue parole in un sussurro di vento: “Strappami pure il cuore – gli diceva – ormai non mi farà più male di quell’…e vissero per sempre felici e contenti…..” Ebbe appena il tempo di alzare lo sguardo per vedere il magnifico purosangue nero lanciato al galoppo verso di lui, appena il tempo di stupirsi di un’amazzone vestita da Biancaneve, appena il tempo di strapparle un brandello di muscolo cardiaco per la sua raccolta punti.

 

Lei aprì gli occhi, sbattè la palpebre per essere sicura di essersi svegliata del tutto, per allontanare definitivamente l’incubo terrificante di un pezzo di carne rossa avvolto nella plastica esposto sul bancone di un supermercato, che a vederlo pareva dormire, o forse sognare.     

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Mr. Orgueil

Marzo 3, 2006

Di lui non ho ancora parlato. E’ un tipo di poche parole e schivo.

Non saprei nemmeno dire a che piano abita nel condominio. Penso stia sopra quell’elemento da circo del terzo piano, quel clown metropolitano, con tanto di lacrima dipinta sul viso e vestito di pelle a brandelli, quello che sul campanello, al posto del nome, ha un cuoricino con dentro un sorriso, quello che incontrai quel giorno, salendo le scale.  Stavo per ricambiare il suo sorriso, quando arrivò lui e senza nemmeno chiedere il permesso passò tra noi con quella sua aria incurante e decisa. Si fermò solo un attimo, guardò quello del terzo piano negli occhi e gli disse “Ho visto che le hanno di nuovo saccheggiato l’appartamento”. Ricordo che notai come non aggiunse nemmeno una parola di circostanza. Rimase fermo così, distaccato e risoluto ed ebbi l’impressione che in quel momento, se uno di noi avesse detto la cosa sbagliata, avrebbe potuto estrarre impassibile una pistola, farci saltare le cervella e portarsi via con noncuranza quella sua faccia da bastardo, indifferente e autentica.

Così rimasi immobile anch’io. Ci guardavamo come quando guardi a lungo un abisso e anche l’abisso ti guarda dentro, persi in una terra di mezzo tra approvazione e condanna, desertificata dal silenzio. Dev’essere stato lì che siamo diventati amici, o forse lo eravamo già da tanto, senza che ce lo fossimo mai detti.

A volte penso che dovrei lasciarlo in qualche discarica, sfregiato e massacrato da quegli stessi colpi che lui sa assestare così bene, con la sua stessa fredda determinazione, anche solo per la rabbia e la paura irrazionale che provo a volte pensando che potrebbe ucciderci tutti tranquillamente con quel suo coraggio spietato, che non conosce esitazioni. Ma lui è un amico e io penso troppo. E si sa, chi pensa un attimo in più non spara.

Ormai abbiamo imparato a guardarci negli occhi, quando ci incontriamo sulle scale, davanti al campanello col cuoricino di quello del terzo piano. Ormai, a volte, ci sorridiamo. E’ bella la sua faccia da bastardo quando sorride, è come se fosse l’altra faccia dell’amore. Ormai non avrò più il coraggio di farlo a pezzi sulle scale con una chiave inglese presa in prestito da una periferia qualunque, lui è un amico e io saprò avere cura di lui.

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ANTIBIOTICI

Febbraio 10, 2006

Ai batteri che mi hanno fatto passare un mese da schifo e ad altri soggetti che nel corso della vita si sono comportati allo stesso modo, più o meno in buonafede. Perché a volte c’è una delicatezza commovente nelle cicatrici sulla pelle e la dolcezza invece si annida senza nemmeno sapere che le riesce così bene.

 Io vi ucciderei. Un colpo dritto in mezzo agli occhi. Siete solo bastardi che mi credete poco presente, e così vi ucciderei.  Senza pietà.

 E a chi invece capisce, ha capito o capirà cosa vuol dire entrare in un’altra persona

 

 

DEMON: Sto svanendo.
DAMIAN: Hai paura?
DEMON: Tienimi così.
DAMIAN: Così?
DEMON: Tienimi così.
DAMIAN: Fino al tuo risveglio piccola.
DEMON: Sto svanendo.
DAMIAN: Ti terrò dentro vedrai.
DEMON: Sì, dentro fammi stare dentro.
DAMIAN: Ti racconterò favole.
DEMON: Favole.
DAMIAN: Favole per sempre.
DEMON: Sto svanendo.
DAMIAN: Sei dentro piccola, per sempre dentro.

 

* I testi in corsivo sono tratti dal libro” Luminal” di Isabella Santacroce