Da bambina la sua inquietudine la rendeva così dolce. Accostava l’orecchio alle conchiglie per ascoltare il rumore del mare le annusava per sentirne il profumo.
Strano ripensarci ora, in mezzo a quella distesa di bottiglie di birra vuote a terra. In mano teneva ancora il collo spezzato dell’ultima Tuborg con il quale aveva sfracellato la teca di vetro che la teneva ancora prigioniera. Poteva far credere di aver dormito per anni lì dentro ma lei sapeva che in realtà si ingozzava di sogni formato mignon e poi li vomitava scagliandoli con forza verso quel cielo di cristallo che li lasciava infine ricadere spezzati sulla sua pelle diafana. Era bella, quando sembrava sognare storie infinite, quando la sua pelle si increspava appena, le labbra dischiuse, un movimento di ciglia impercettibile. Immobile, come il vento quando non soffia più, o non ancora.
Strano ripensarci ora che stava ormai calando la sera e seduta in riva al fiume vedeva i suoi capelli scuri ondeggiare sull’acqua e la sua pelle bianca come la neve sciogliersi dentro gli ultimi raggi di sole. Non provò tristezza. Ma neppure gioia. Neppure una soddisfazione minima per aver ficcato in gola alla strega la sua cazzo di mela. Quella bocca tesa in una smorfia e gli occhi strabuzzati le avevano fatto solo una leggera pena. Raccolse dal suo passato una bomboletta spray e riempì di parole e graffiti quel cavallo troppo bianco fino a farlo sembrare il muro imbrattato di scritte sguaiate di una fermata della metropolitana in periferia. Poi raccolse un pezzo dello specchio che aveva frantumato, ci appoggiò sopra un alito caldo di respiro e scrisse qualcosa con il dito. Un principe qualsiasi, incuriosito, si fermò a guardare quella scritta, pensò che fosse pazza, e in fondo nemmeno così bella, e se ne andò. Fosse stata sabbia, il mare avrebbe a poco a poco colmato il solco di quelle lettere, avrebbe colmato quel vuoto. Ma c’era solo quel fiume che scorreva lento e indifferente.
La scritta stava svanendo, quando il cacciatore raccolse il frammento di specchio. Inspirò piano, prima la F poi la O, quelle due TT una accanto all’altra, e poi assaggiò il sapore della I, accarezzò con le labbra un’altra piccola T e si sfiorò la pelle con quell’ultima I appuntita. Un brivido di piacere lo percorse dolcemente. Sorrise lanciando il pezzo di specchio verso il cielo. Ricadde nell’acqua, proprio sopra il corpo di lei abbandonato, che si allargò in cerchi concentrici, sempre più ampi, sempre più intensi….fili di zucchero il suo sguardo smarrito dentro l’odore della notte. Gli parve di sentire le sue parole in un sussurro di vento: “Strappami pure il cuore – gli diceva – ormai non mi farà più male di quell’…e vissero per sempre felici e contenti…..” Ebbe appena il tempo di alzare lo sguardo per vedere il magnifico purosangue nero lanciato al galoppo verso di lui, appena il tempo di stupirsi di un’amazzone vestita da Biancaneve, appena il tempo di strapparle un brandello di muscolo cardiaco per la sua raccolta punti.
Lei aprì gli occhi, sbattè la palpebre per essere sicura di essersi svegliata del tutto, per allontanare definitivamente l’incubo terrificante di un pezzo di carne rossa avvolto nella plastica esposto sul bancone di un supermercato, che a vederlo pareva dormire, o forse sognare.


