Quattro vuoti non più a rendere, ma soltanto per comodità.
Una superficie calpestabile che pare quasi un tavolo.
Inutile opporre resistenza.
Questo dolore, transiente ed urlato sottovoce, copre, per qualche istante, quello continuo e profondo.
Poche lacrime e poche ipotesi sulle cause.
Forse i postumi del male più nuovo, che lascia senza respiro, nasconde ogni cosa, ma si allontana velocemente.
Forse la sicurezza di un dolore finalmente normale ed ascrivibile.
Forse quei tre respiri a seguire, mentre l’anima sembrava essersi volatilizzata. "Ad te suspiramus, gementes et flentes, in hac lacrimarum valle" cantata con la voce perfetta di Andreas Scholl.
Lui (www.avreivoluto.blogspot.com) quando parla di anima sa di cosa parla, anche se finge di no.


