Archivio per la categoria ‘Quotidianità’

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Adieu, buonanotte

Dicembre 18, 2008

 

Lo sanno gli alberghi chiusi, la sabbia d’inverno e le vecchie puttane

Sanno di mani arrese come quando non resta nulla da tenere in caldo

Deve essere per via del tempo che non ce lo spieghiamo più l’amore

Sembra da non crederci, a volerlo dire, e poi a un certo punto finisce

 

Si immaginò di tornare tra qualche anno e guardarlo da un finestrino

 

Le parentesi, cantate dai giullari, si annidano a sorpresa in una trama

Saltando in volo libero tutte quelle carenze, le stesse delle tue pretese

La gente ci passa sopra, che pena il mio volerci sempre passare dentro

Lasciatemi solo stare seduta qui, a osservare quei quadri già imballati

 

Si immaginò di partire adesso non avrebbe piu’ dormito sulla sua pelle

 

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Vibrazioni

Settembre 8, 2008

 

Avevo scritto l’epitaffio della nostra storia sui tuoi muri

nascondendone le crepe dietro un nudo del tuo cuore

io che non ho mai trascurato un giorno di preservarlo

dallo scarso spessore delle mie  prevedibili didascalie

mi sarei addormentata mesta tra i sogni chiusi dentro

non reclamando altro che un pensiero incontaminato

ma ho sentito i tuoi vetri infrangersi sulle mie distese

e sono tornata ancora a sentirmi disperatamente viva

contratta in quel vertiginoso spasmo di arsura e attesa

di cui la dolcezza non ha saputo dissimulare il fragore

 

E voi, che ripetete le stesse parole negli stessi modi, con la stessa leggerezza, con la stessa voglia di non tornarci sopra una volta dette, voi, lo sapete quanto sia, tenere dentro? Voi che ve ne andate dalle persone come da aree di sosta, voi che dite di non tornare mai indietro, lo sapete che stare sulla pelle significa affiorare da dentro?   

 

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E penso che avrei voluto farti un regalo

Marzo 16, 2007

E’ per te la giostra col cavallo di mare
per te che nuoti tra assenze e essenze
per il tuo sguardo senza margini incerti
per le parole di cui conoscevi le derive

E’ per te la bussola con l’oleogramma
per la tua anima che disorienta il vuoto
si smarrisce in distanze d’astri e pianeti
e a volte si perde tra possibili diagonali

E’ per te la poltroncina a forma di vento
per quell’angolo buio in fondo al sorriso
tu che guardi la luna e il dito non lo vedi
tu che sai sognare e sentire albe e colori.

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MILANO DI NOTTE

Luglio 31, 2006

Un sushi in riva alla darsena

qui sai non è mai solo crudo 

hanno ancora il sapore dei sì

i nostri noncuranti perché no

vivaci come scritte sui muri

a contrasto di stinte ideologie

Due passi sulla fune ho detto

dimmi quando vuoi che cada

oltre i contorni di questa notte

che tra noi non è mai confine

abili parcheggiatori di disfatte

due euro l’ora per dimenticare

 

Ma sono stati risvegli di assenze

sparsi  tra le pieghe dei vestiti

in una città stipata di memoria

quei brividi ancora sulla pelle

tra cappuccino e rotaie del tram

su cui sfugge da sempre la vita

 

E allora accendiamo una notte

fatta di dita vibranti e accecate

aprimi i tuoi spiragli luminosi

non c’è frastuono sulla tua pelle

e dai tuoi sussurri piovono stelle

incanto tra le guglie del duomo.

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NON PER NULLA

Luglio 10, 2006

Ed è già un mattino a quattro mani di parole al sapore di chinotto

da spegnerci la sigaretta come in un grazioso occhio di Polifemo

i nostri occhi stancamente mutevoli  tabelloni di arrivi e partenze

sdraiati su sconfitte come accattoni all’angolo elemosinano sogni

tanto indifferenti da far pena se non per un’accidentale malinconia

se non per la bocca dei tuoi vent’anni sulla rugiada dei miei petali

e le mani che estraggono dolore da un  piacere che spezza le vene

in giorni così lanciati come dadi  questa strana attitudine alla vita

che nella mente è timore e poi sulla pelle si fa semplice splendore.

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COME HAI CREDUTO CHE FOSSE?

Giugno 13, 2006

Chissà perché i pensieri arrivano alla sera. Te li ritrovi lì sotto, a penzolare come marionette dalle suole delle scarpe, se solo ti fermi a fumare una sigaretta guardandoti i piedi. Pensava che se avesse scritto la vita con l’inchiostro i fogli ora sarebbero stati pieni di segni rossi tracciati con arroganza da maestrine saccenti alla continua ricerca di rassicuranti analogie, che nemmeno col pensiero  farebbero più di qualche banale errore da matita blu.  Ma lei l’aveva scritta col sangue, la vita, e per quanto continuasse a rigirarsi i fogli tra le dita, proprio non riusciva a distinguerli, quei segni rossi, non sarebbe mai riuscita a farsene una ragione.  “La bambina ha troppa fantasia”, dicevano.  Ma no, non era vero, in fondo delle maestre lei pensava lo stesso nulla di sempre. Quell’havevo scritto con la h aspirata, come per trattenere qualcosa in fondo alla gola, una parola strozzata, o un sospiro di malinconia, quel bisssogno scritto con tre s, come per sussurrare una paura, o un’indecente miseria, quel sense al posto di senso, perché il senso è sempre almeno biunivoco, riflesso e non può prescindere dai se, quel d’olore scritto con l’apostrofo del genitivo, un piccolo segno per tracciare i contorni di un’appartenenza intorno a un contenuto falsamente dilatato da quelle due o, e poi anche quell’assurda testardaggine nello scrivere sempre Bacio con la lettera maiuscola, o Âbbrâccîô con tutte quegli accenti acuti che a vederla così, quella parola, con gli occhi di un bambino, la si poteva scambiare con la parola “casa”, quelle e tante altre non erano sviste, lei ci vedeva benissimo, vedeva sotto le parole. Le scriveva in quel modo perché era così che le sentiva, era così che le vedeva. E vedeva la scia che lasciavano sulla sua pelle, a volte se le sentiva strisciare addosso, altre sentiva il solo un lieve solletico, come il battito d’ali di una farfalla, altre ancora le sentiva graffiare, incidere, affondare i denti. Ed era allora che scriveva. Per strapparsele di dosso, perché sapeva che se fosse riuscita ad appiccicarle ad un foglio, ad una stella, o a un sasso con uno sputo di inchiostro sarebbero diventate innocue, messe lì in fila come brave scolarette con il grembiulino bianco. Se solo le avesse scritte senza errori di ortografia forse avrebbero perso il loro significato evocativo. Sarebbero diventate segni e la maestra non avrebbe sentito il bisogno di aggiungerne altri, o di guardarci sotto, ne avrebbe aggiunto solo qualcun altro ma in blu, mai quel rosso, quel sangue che vedeva uscire man mano che strappava via le parole. Quel sangue buttato sulla vita senza punteggiatura, là dove anche le lacrime svanivano col tempo, come inchiostro simpatico. Quelle parole incastrate le une nelle altre, ad occupare tutto lo spazio del vuoto, instabili architetture che non bastavano mai, perché il silenzio intorno si insinuava minacciando come un cane rabbioso o seducendo come una donna lasciva, con tutto il tempo che aveva, e dopo tutto quel tempo anche del sangue non sarebbe rimasta che una crosta secca. Eppure sarebbe stato facile distrarsi, magari con un ripasso di angoli ciechi condivisi, per le irrinunciabili verifiche dei giorni a venire. Alzò la testa, le era parso di sentire un sussurro, o forse un’eco. Pensò che l’indomani avrebbe dovuto chiamare l’idraulico per quel lavandino che continuava a gocciolare.

 

 

"Debbono esserci isole verso il sud delle cose dove soffrire è qualcosa di più dolce,

dove vivere costa meno al pensiero, e dove è possibile chiudere gli occhi

 e addormentarsi al sole e svegliarsi senza dover pensare "
(F. Pessoa)

 

“Yo creo que desde muy pequeño mi desdicha y mi dicha al mismo tiempo fue el no aceptar

las cosas como dadas. A mí no me bastaba con que me dijeran que eso era una mesa, o que

la palabra “madre” era la palabra “madre” y ahí se acaba todo.

Al contrario, en el objeto mesa, en la palabra madre empezaba para mi un itinerario misterioso

que a veces llegaba a franquear y en el que a veces me estrellaba”

(Julio Cortázar)

 

(…..insomma, fin da piccolo, la mia relazione con le parole, con la scrittura, non si differenzia

dalla mia relazione con il mondo in generale. Io sembro esser nato per non accettare le cose

come sono date…..)

 

 

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PARTICOLARI

Maggio 26, 2006

Non come sempre, stasera,

fatta di cielo e vento la sera.

Una primavera conseguente,

vento di qualche passo oltre

e poi di qualche sospiro dopo.

Si insinua un pò sotto la pelle

e scioglie dubbi come capelli.

Tu con le mani slacci il dolore

la ferita sottile di quel non dire

quello che però ti resta accanto

in questo tuo molteplice andare.

Ma cadono gocce di tenerezza,

da quel cielo oltre le tue spalle.

Anche fingendo di non sentire,

dentro un’intensità che indugia

tu a parole non tornare indietro

se ti lascio sulla soglia notturna

del non osare entrare nei sogni.

Non fosse che per questo vento

e la valigia senza spago attorno.

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Mani

Maggio 17, 2006

Mentre parlavi ho osservato le tue mani di scalatore,

mani capaci di esplorare con delicatezza ogni ipotesi

di tenere con forza un appiglio, la vita, i miei fianchi

mani che avvolgono e accolgono, mani di cui fidarsi.

 

Le mie mani amano muoversi sul velluto della tua pelle

navigando placide sulle onde del tuo corpo, delicatezza

e dolcezza, tocco giusto, equilibrato, sensi e forza.

 

Non e’ la perizia delle mani che suona la melodia, non e’

solo mia l’armonia del tocco. E’ la pelle, la tua, la mia.

Non c’e’ distinto ma istinto, sensazioni in simbiosi.

 

Le pelli si sfiorano, ed entrambe non sono più due ma

una sola, nuova cosa. Parlano.

Un dialogo muto ma intimo, caldo, da brivido…

 

Inarcando la schiena io ho buttato la testa all’indietro

ma le tue mani esperte non mi hanno lasciata cadere

con cautela, riportandomi indietro verso i tuoi occhi,

mi hanno raccontato la sincerità dentro un’emozione.

 

Le mie mani ti parlano di storie di pace, la tua pelle risponde,

in confidenza. Insieme scaldano, di un tepore che penetra.

 E tutto è liscio, si sente. E’ forte, non si dimentica.

 

Le mie mani. Non sanno violenza se non di passione

anche se vibrano forte, a tratti, le mie mani.

Suonano le corde del violoncello della tua schiena.

 

Premono, sfiorano, cercano e trovano la tua intimità,

con ansia, con passione ma pronte ad arrestarsi,

ad addolcirsi al primo segno di eccesso.

 

Hai posato piano le tue mani sui battiti del mio cuore

poi mi hai chiesto se avevo mai dormito in un rifugio

l’hai fatto sottovoce e io mi stavo già addormentando,

ora resta forte questo sentire tra le mie mani commosse.

 

Mani pazienti, ma anche impazienti di volare più in alto,

di salire, di non fermarsi. Ambiziose, volenterose,

di arrivare in cima.  Le mie mani sono per te.

 

Sali, fin dove nasce la poesia. Le mie mani sono per te.

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It makes me wonder

Aprile 7, 2006

Era profumata la notte, ieri sera. Profumo di vaniglia che mi era rimasto tra le mani, profumo di pioggia nell’argento del cielo, profumo di  vento nei ricordi inevitabili, profumo di un sorriso sparso tra le parole e i pensieri, profumo di fragola sull’orlo del bicchiere. Ho creduto fossero profumo di mela verde quegli occhi sconosciuti dietro una  domanda nell’orecchio mentre ballavo attorcigliandomi al vestito. “Vorrei chiederti se posso fare una cosa…..”. Ma era solo la traccia metallica lasciata da una nota stonata, solo l’odore dell’ alcool mentre lo guardavo con sconcerto sbottonarsi i pantaloni e denudarsi senza poesia. In mezzo ad occhi curiosi, i miei indifferenti. E poi i suoi, improvvisi. Si avvicinava con quel passo sciolto che mi sembrava di sapere, una birra tra le mani, che mi sembrava di presagire. Alto, i capelli raccolti in un nastro scarlatto, la mano decisa che versava la birra addosso a quel pagliaccio grottesco, lentamente, come a sciogliere con grazia il disgusto. E poi il suo sguardo di velluto sul mio sorriso mentre estraeva dalle tasche l’i-pod.  E allora ho riconosciuto i suoi immensi spazi e i suoi infiniti aromi. L’ho rivisto in quella serata in cui mi aveva chiesto una sigaretta in spagnolo. Sono di Madrid mi diceva, mi capisci? Tra le sue parole i colori delle ramblas e profumo di tapas. Anche lui quella sera mi aveva chiesto di poter fare una cosa. Mi aveva preso per mano e poi si era fermato sulla darsena, una cuffietta  dell’i-pod per uno, avevamo ballato, passo a passo, nota a nota, la passione secondo Matteo di Bach,  tra i resti del mercato della mattina, odore di pesce e frutta schiacciata sotto i piedi e profumo di sandalo tra i suoi capelli. Avevano lo stesso profumo le sue mani, ieri sera, una tra i miei capelli tratteneva con delicatezza la musica  mentre con l’altra mi teneva per la vita, questa vita che a volte è così strana e dolce. Poi mi ha sussurrato buena suerte all’orecchio e baciandomi una mano se n’è andato con un sorriso, portandosi via il suo sguardo dolente e un mio respiro  a fior di pelle. Un’amica si è avvicinata e mi ha chiesto cosa mi aveva fatto ascoltare mentre ballavamo stretti.

 - Stairway to heaven – … – Ma è un angelo! -…- Sì.-

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Kitchen

Marzo 20, 2006

….Solo l’esatta combinazione degli ingredienti

garantisce la perfetta riuscita di un piatto……

 

Di quegli ingredienti, di quella cucina e di quei piatti oggi

ne avrei voluto parlare.

Ma un piatto è colore, è sapore, è profumo, è emozione.

E una ricetta viene bene solo se è preparata con amore.

Come si fa a descrivere una cosa così?

Come lo dico il mare che saliva dentro noi, e traboccava

tra una forchettata e l’altra?

Come lo dico a persone così che in quella cucina c’era il

sole e mi sembrava di poterci camminare dentro?

Come glielo dico di quella musica nell’aria, del profumo

del vino, delle braccia intorno al cuore, di parole come

matite, come glielo dico, che basterà allungare la mano

e io ci sarò, con la consistenza della seta?

Come glielo dico che oggi sono vestita di quegli occhi?

 

E soprattutto, oggi riuscirò a non farmi scappare le parole

di Gianna Nannini dentro a un piano di marketing?

 

                                                         ( – to be continued -)