"Mi chiamano Agrado perché per tutta la vita ho sempre cercato di rendere la vita gradevole agli altri… oltre che gradevole sono molto autentica.[…] Quello che stavo dicendo è che costa molto essere autentica signora mia… e in questo non bisogna essere tirchie, perché una più è autentica quanto più somiglia all’idea che ha sognato di se stessa". (dal film Tutto su mia Madre – Almodovar)
Dicono che i miei post li può capire solo una persona alla volta. E in parte è vero. In questo caso c’è una tra voi che saprà qual è il primo filo che ho tirato. Ma io credo che capire, spesso, sia solo un’ipotesi della mente. Capire per me invece ha sempre fatto rima con sentire….. sulla pelle, nell’anima. Ho sognato di sentire. Si, lo so che non sono originale, lo so che l’aveva già detto Democrito prima di me (molto prima, se si pensa che era il v sec. a.C.) e molti altri a seguire. Ma il modo in cui io sento, ecco, questo, è l’unica cosa, qui, che ho da offrire, a te. Occhi per vedere e mani per sentire, questo siamo.
E’ la tua ultima occasione, se rinunci non ne avrai altre. Pillola azzurra, fine della storia: domani ti sveglierai in camera tua, e crederai a quello che vorrai. Pillola rossa, resti nel paese delle meraviglie, e vedrai quant’è profonda la tana del bianconiglio. Ti sto offrendo solo la verità, ricordalo. Niente di più". (dal film Matrix)
Avrei detto che scrivevo per me stessa, c’è chi dice che si ami per sé stessi. Non so dire come accade. E non lo so prevedere. A un certo punto un sentire confuso e aggrovigliato si fa parola, si fa gesto. Per necessità. Perché noi, animali rari destinati a condividersi, per sopravvivere abbiamo bisogno di raccontarci storie. Ho sognato di amare. Con le parole, con la pelle, con l’anima. Se mi senti lo chiedo più spesso fuori da un letto. Ecco il senso.
«… Se metto una mano nell’acqua… Lei si immagina? Qualcosa che comincia qui e finisce al Cairo, o a Tripoli, o a Tangeri, dove potrebbe esserci qualcun altro sulla riva, anche lui con le mani in acqua… Sì, credo che sia questo il mio modo di viaggiare…» (Daniele Del Giudice, Lo stadio di Wimbledon)
Sono questa voglia di viaggiare, niente più. Era questo che cercavo di spiegare in quella città straniera. Le linee parallele sembra si incontrino all’orizzonte. I pittori lo sanno. Ho bisogno di costruire modelli semplificati del mondo, ho bisogno di immaginare. Il mio scheletro è un’immagine, un mucchietto di parole, uno sguardo, una semplice emozioni. Sai, io ho sempre pensato di essere senza né arte né parte, eppure c’è chi mi ha detto “sei un’opera d’arte in movimento”, e io ho pensato di non saper vedere al di là di questa voglia di dare ho sentito di amare i suoi occhi e le sue mani. Lo so, non c’entra, ma credimi, è la mia idea di prospettiva. Il punto di incontro tra passato e futuro, tra ciò che non sono e ciò che avrei potuto essere, tra ciò che posso essere e ciò che tu sei stato e sarai. Siamo traiettorie sulla linea del tempo. E siamo le impronte che lasciamo avanzando. Niente di più, ma neanche niente di meno. Una cosa da niente, il sentire, una cosa che si può anche grattare via, volendo. O scordare, come un sogno.
……La luna è liquida stasera. Il cielo con le sue onde la accarezza. E’ così che ti dipingerei, ora. Come il silenzio sul fondo del mare. …..
"senza peso nel fondo dove si avvera il sogno,
due volontà fanno avere un desiderio nell’incontro,
il tuo sguardo e il mio sguardo
come un’eco che ripete senza "parole più dentro, più dentro!",
fino al di là del tutto, attraverso il sangue e il midollo
però sempre mi sveglio e sempre voglio esser morto
per restare con la mia bocca sempre preso nella rete dei tuoi capelli".
(dal film Mare Dentro)